Il Giornale di Fidenza
 
l'appuntamento
09/07/2010
Il "nostalgico" Scurati.

Sarebbe semplice affibbiare ad Antonio Scurati, complessa figura di intellettuale, un’etichetta ideologico-politica; bisogna, però, resistere alla tentazione superficiale di chiamarlo reazionario. Nelle tante cartoline sul tempo presente che compongono la sua ultima opera “Gli anni che non stiamo vivendo”, edita da Bompiani, la parola nostalgia non appare quasi mai, ma se ne sente ovunque il profumo; nostalgia di una società tradizionale, gerarchica al punto giusto, organica e al contempo corale; nostalgia della prolificità come tensione fiduciosa dell’umanità al futuro; nostalgia dell’egemonia di una cultura legata al medium verbale – e quindi elitaria – sopraffatta ormai dalla volatile ma incontrastata pervasività dell’audiovisuale; nostalgia dell’amore romantico come sentimento spirituale, proiettato all’eterno, ma schiettamente umano.
La nostalgia, però, è una sfumatura sentimentale, un dato attitudinale o probabilmente, nel caso di Scurati, una costante esistenziale. Non ha la sostanza per diventare una categoria politica. Questo libro, difatti, viaggia più in profondità della politica: è il libro di un finissimo antimoderno sui tempi moderni, di un aristocratico su un’epoca plebea. Non c’è distacco, però, ma vibrante compartecipazione: si getta un occhio terrorizzato all’abisso, e l’abisso è il nostro mondo. Il mondo in cui ogni giorno viviamo in un’illusione di benessere definita da parametri prettamente materiali, un mondo dove la dimensione spirituale appare definitivamente tramontata assieme ad ogni illusione di trascendenza o di finalismo. Il punto nodale del discorso di Scurati riguarda la percezione del tempo: si è, nella contemporaneità, smarrito il senso di profondità e linearità della storia. Si sopravvive in un eterno presente, appiattiti in un’unica dimensione temporale, assuefatti all’assunzione compulsiva di notizie: ogni giorno un delitto e un delitto al giorno, senza che si arrivi a scorgere nulla al di sotto della trama grossolana e insanguinata delle nostre televisive cronache quotidiane. Allora, forse, stiamo vivendo un tempo insensato che è, semplicemente, giustapposizione di giorni e di attimi, e lo stiamo vivendo ignari del nostro passato e incoscienti del nostro futuro: il tempo della cronaca ha davvero un respiro cortissimo.
A Scurati manca Tolstoj, manca la narrazione ottocentesca, e ne ha ben donde: ecco quindi un’altra nostalgia, la nostalgia del romanzo, che è poi nostalgia di un tempo che non si è mai vissuto; ma il romanzo era mezzo per sorvolare una storia lenta, maestosa e piana, ed era capace di racchiudere in sé, nel suo incedere, la complessità delle dimensioni individuali includendole nel fluire della dimensione temporale. Ora manca la compenetrazione tra l’uomo e il suo sfondo, tra l’ uomo ed il mondo, tra l’uomo e la storia, mancano le grandi sintesi culturali e filosofiche in grado di dare una parola definitiva su un’epoca; il sapere oggi imperante è di natura sequenziale, non consequenziale, si consuma in un attimo, vive nell’oggi e per l’oggi. Persi i nessi di causa/effetto, quel che ci resta è la distesa senza fine delle notizie che ci hanno preceduto e che stiamo già dimenticando e di quelle tante, che, inesorabili, ci attendono per essere dimenticate. Delitti, indagini, salotti televisivi, compiacimento dell’orrore, voyeurismo, chiacchiericcio morboso e retorica piccolo borghese nella sua versione catodica, o l’altrettanto tetro infinito sfilare di nani, ballerine, politicanti e saltimbanchi: l’immagine di un paese triste in un tempo disperato.

Diego Bonelli

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