
Abruzzo, 6 aprile 2009, ore 3.32. Un terremoto d’intensità pari 5,9 gradi della scala Richter colpisce L’Aquila e molti paesi della provincia, provocando uno dei più gravi disastri ambientali della recente storia italiana. Alla fine saranno 308 le morti accertate e circa 1600 i feriti di cui 200 gravi. Attimi che hanno cambiato per sempre la vita di migliaia di persone, pochi interminabili secondi sufficienti per rivoltare l’esistenza d’intere famiglie.
A poco più di un anno di distanza da quel terribile giorno, un gruppo di nove ragazzi della Diocesi di Fidenza ha vissuto un’esperienza di volontariato presso il capoluogo abruzzese. Questo è stato possibile grazie a Caritas italiana, che fin dal primo giorno è stata a fianco dei terremotati ed è presente ancora oggi sul territorio aquilano, portando avanti il suo lavoro di sostegno e aiuto alla popolazione. I ragazzi di Fidenza, coordinati dal neo-operatore della Caritas diocesana Stefano Baschieri, hanno dato il loro apporto per una settimana. Diverse sono state le attività nelle quali sono stati coinvolti: animazione dei Grest parrocchiali, accompagnamento agli anziani, sostegno ai disabili e lavori manuali.
“Prima di partire non sapevo come sarebbe stata questa esperienza – racconta Valerio –. Non mi sentivo all’altezza, non credevo di poter essere di aiuto a queste persone, anzi all’inizio mi sembrava di essere un peso per questa gente. Ma subito dopo il primo giorno le cose sono cambiate. Ho conosciuto persone fantastiche, gentili, simpatiche, disponibili, generose, piene di forza e di iniziative per tornare a vivere come prima, senza mai arrendersi. Sarei rimasto volentieri un’altra settimana, perché questa è stata un’esperienza quasi irripetibile. Ogni giorno ti sentivi utile, orgoglioso di quello che facevi: amare, condividere, stare insieme e divertirsi. Non mi sono mai sentito solo. Questa esperienza mi ha permesso di conoscere e di toccare con mano le difficoltà della vita e anche l’aiuto e la collaborazione reciproca tra le persone. Con questo so che ho fatto un grande passo di un lungo cammino di crescita”.
Ancora oggi la situazione è ben lungi dall’essere tornata alla normalità. Le ristrutturazioni degli edifici gravemente danneggiati nel centro dell’Aquila sono soltanto allo stadio iniziale e, nonostante gli annunci trionfalistici di qualche politico, nessuno può dire con certezza se e quando gli aquilani potranno tornare alla loro vita “precedente”. Intanto, la popolazione ricomincia faticosamente dalle “new town”, alloggiati nei cosiddetti Map, i moduli abitativi provvisori, o negli appartamenti nei nuovi siti del piano C.a.s.e. Ma molti sono ancora quelli che vivono nelle tendopoli allestite poche ore dopo il terremoto, senza contare i “fortunati” che tuttora soggiornano in alberghi o strutture turistiche varie.
“Questa esperienza mi ha fatto apprezzare tutto ciò che mi circonda – testimonia Bianca –. Offre molti spunti di riflessione e ti aiuta a capire la fortuna che abbiamo, per esempio, ad avere semplicemente una casa. Mi ha colpito soprattutto l’unione delle persone. Esperienze come questa fanno crescere, maturare, ci permettono di capire l’impotenza dell’uomo di fronte alla natura e alla vita. Trenta secondi, mezzo minuto, passano migliaia di volte durante ogni giornata e noi neanche ce ne accorgiamo, ma il 6 aprile sono bastati per distruggere una città e soprattutto le speranze e i sogni di tutti gli aquilani. Oggi, la reazione dei ragazzi con cui ho parlato è stata di dividere in modo completamente netto la vita prima e dopo il terremoto, come se loro stessi fossero vissuti due volte. Perdere e poi ritrovare per apprezzare di più: gli aquilani hanno perso la casa, il lavoro e alcuni cari, ma sono riusciti a rimanere attaccati al dono della vita, che in 30 secondi sembrava dovesse scivolargli via”.
Per gli interventi sul territorio aquilano la Caritas ha già stanziato oltre 11 milioni di euro e altri 15 sono già stati previsti per la seconda fase degli aiuti. Un totale di più di 3 mila volontari, invece, ha invaso le strade del capoluogo abruzzese e delle frazioni limitrofe, per dare una mano ad una popolazione provata da questa immane tragedia.
“È stato bello vedere che non ci sono solo giovani potenti ed egoisti la cui vita vale più di tutto il resto – sottolinea Alberto –, come appaiono i modelli che la nostra società propone. Ci sono invece molti ragazzi che pongono il prossimo al centro dei loro pensieri, soprattutto chi è più in difficoltà e bisognoso di aiuto, sia fisico che morale. Questo mi riempie di soddisfazione e di speranza per il futuro e so che se vogliamo rendere il mondo migliore, dobbiamo essere per primi noi giovani a impegnarci e a unire i nostri sforzi per un obiettivo comune”.